Traffico di esseri umani, la CEDU condanna Cipro e Russia per non aver protetto una cittadina russa. Violati gli articoli 2, 4 e 5 della Convenzione

Strasburgo, 10 gennaio 2010 – Con sentenza emessa il 7 gennaio 2010, la CEDU ha deciso nel caso Rantsev c. Cipro e Russia (ricorso n. 25965/04) accertando all’unanimità la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita) da parte di Cipro per mancanza di indagine effettiva e non violazione di tale articolo da parte della Russia, la violazione dell’articolo 4 (proibizione della schiavitù e del lavoro forzato) da parte di Cipro e Russia e violazione dell’articolo 5 (diritto alla libertà e sicurezza) da parte di Cipro.

La vicenda si svolge a Cipro e riguarda una giovane cittadina russa di vent’anni, entrata in quel Paese con un visto d’artista e deceduta in circostanze poco chiare, dopo essere caduta da un balcone di un’abitazione privata. Ha presentato ricorso il padre della giovane vittima.

La CEDU in questo caso specifico ricorda poi che il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi artistici ha celato il traffico di esseri umani per lo sfruttamento della prostituzione.

A mio avviso questa pronuncia è interessante per due ragioni.

Innanzitutto perché la CEDU prende posizione, dando un quadro esaustivo degli strumenti nazionali e internazionali per combattere la tratta di esseri umani e contribuisce, con il proprio specifico strumento, a sanzionare questo fenomeno, equiparabile alla riduzione in schiavitù. L’art. 4 della Convenzione è pertanto pienamente applicabile.

In secondo luogo, questa pronuncia e in particolare gli articoli su cui la CEDU si pronuncia, potranno essere uno strumento giuridico per altri casi  analoghi, dove dietro il rilascio di permessi di soggiorno si cela lo sfruttamento della prostituzione, ovvero dove le autorità, pur sapendo della riduzione in schiavitù di persone particolarmente vulnerabili non contrastano nel modo adeguato tale fenomeno.

È di qualche giorno fa la notizia di una rivolta a Rosarno da parte di immigrati sfruttati per la raccolta stagionale in Calabria e arrivati in Italia attraverso il traffico dell’emigrazione clandestina africana. Queste persone vivono in condizioni disumane, in baracche puzzolenti e in condizioni igieniche spaventose. Esse hanno inoltre subito e subiscono attacchi e aggressioni armate da parte di malviventi legati alla criminalità organizzata. Tali condizioni sono conosciute da diverso tempo, come dimostrano il rapporto del 2008 di MSF, Una Stagione all’Inferno, e altri articoli di denuncia. Tuttavia le autorità pubbliche sono rimaste e sembrano rimanere colpevolmente assenti nel combattere questo sfruttamento inumano e indegno e nel proteggere queste persone. Penso sia possibile a questo punto ipotizzare, facendo le opportune distinzioni, la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo quantomeno per quanto riguarda l’art. 4.

Tornando ora alla vicenda del caso Rantsev c. Cipro e Russia, avviene che la giovane vittima, arrivata a Cipro il 5 marzo 2001, inizia a lavorare il 16 marzo 2001 successivo come “artista” in un cabaret. Ma dopo tre giorni lascia il lavoro e l’alloggio, lasciando un biglietto dove dichiara di tornare in Russia. Il direttore del cabaret la ritrova in una discoteca a Limassol dodici giorni più tardi. L’uomo impone alla giovane di seguirlo presso il Commissariato di Polizia di Limassol, dove si presenta il 28 marzo 2001 verso le 4 del mattino. L’uomo chiede ai funzionari di polizia che la giovane venga denunciata per immigrazione illegale e venga quindi incarcerata per essere espulsa. L’uomo giustifica la sua richiesta affermando che così avrebbe potuto rimpiazzare la giovane nel proprio cabaret. I funzionari di polizia, dopo una serie di accertamenti, dichiarano che la giovane non sembra essere irregolare e pertanto si rifiutano di incarcerarla. I funzionari di polizia chiedono quindi all’uomo di accompagnare la giovane fuori dal posto di polizia e di ritornare con la stessa nel corso della mattinata per gli ulteriori accertamenti sulla sua condizione di immigrata. L’uomo e la giovane lasciano il posto di polizia verso le 5 e venti. Arrivano in un appartamento privato e la giovane viene alloggiata in una camera al sesto piano dell’edificio. Poco dopo, alle 6 e 30 la giovane viene trovata morta sulla strada, precipitata dal balcone dell’appartamento al sesto piano dove si trovava. Legato alla ringhiera del balcone un lenzuolo.

Si apre un’indagine. Vengono sentite come testimoni le persone presenti nell’appartamento e i poliziotti in servizio presso il Commissariato dove si era presentato l’uomo con la vittima. L’autopsia accerta che le ferite riportate dalla vittima sono dovute alla caduta dal sesto piano, causa della morte. Il padre della vittima, sopraggiunto nel frattempo, si reca al Commissariato di polizia di Limassol chiedendo di partecipare alla procedura giudiziaria. Il 27 dicembre 2001 si tiene un’udienza, dove il Tribunale dichiara che la giovane è deceduta in circostanze poco chiare per un possibile incidente, nel tentativo di fuggire dall’appartamento dove si trovava, escludendo qualsiasi altra ipotesi criminosa.

Il corpo della vittima viene riportato in Russia e il padre chiede alle autorità di effettuare un’altra autopsia. Il secondo esame autoptico mette in luce che la morte della giovane è avvenuto in circostanze non chiare e che è necessaria un’ulteriore indagine. Le autorità competenti russe chiedono a quelle cipriote un prosieguo dell’inchiesta e in particolare l’apertura di una procedura penale per la morte della giovane, chiedendo che il padre della vittima venga autorizzato a partecipare effettivamente.

Nell’ottobre 2006 le autorità cipriote informano quelle russe che la decisione sulla morte della giovane era stata adottata il 27 dicembre 2001 e che tale pronuncia è da considerarsi definita. Il ricorrente chiede che venga svolta un’indagine effettiva sulle cause della morte della figlia.

Il ricorrente, presentando ricorso alla CEDU ancora nel 2004, ha eccepito la violazione degli articoli 2, 3, 4, 5 e 6 della Convenzione. Si lamenta in particolare della qualità delle indagini svolte dalle autorità cipriote sulla morte di sua figlia e ritiene che la Polizia cipriota non abbia preso alcuna misura idonea a proteggere la figlia. Inoltre le autorità cipriote non hanno fatto nulla per perseguire le persone responsabili del decesso e dei maltrattamenti a cui è stata sottoposta la figlia. Sotto il profilo degli articoli 2 e 4 il ricorrente ha ritenuto che le autorità russe non hanno svolto alcuna indagine sul traffico di esseri umani di cui sua figlia è stata vittima. Inoltre le autorità russe non hanno adottato alcuna misura per proteggere la figlia dal pericolo del traffico di esseri umani. Sotto il profilo dell’articolo 6, il ricorrente ha eccepito il diniego di accesso ad un tribunale a Cipro e che il procedimento sia stato iniquo.

Nel corso del procedimento, il Governo cipriota ha presentato una dichiarazione unilaterale ai sensi dell’art. 37 della Convenzione, riconoscendo di aver violato tutti gli articoli invocati dal ricorrente. La CEDU ha comunque ritenuto di dover esaminare ugualmente il caso, allo scopo di salvaguardare e sviluppare le norme della Convenzione. Per la CEDU l’interpretazione e l’applicazione dell’art. 4 della Convenzione ai casi riguardanti il traffico di esseri umani è stato di fondamentale importanza per esaminare il caso e consentire cosi il rispetto dei diritti fondamentali in generale.

Sulla ricevibilità, la CEDU ha ritenuto che respingere la tesi prospettata dal Governo russo secondo cui i fatti del ricorso esulano dalla giurisdizione della Russia e comunque lo Stato non ne è responsabile. La CEDU ha constatato che se si è trattato di traffico di esseri umani questo è certamente iniziato in territorio russo e pertanto le violazioni formulate dal ricorrente sono state dichiarate ricevibili.

Sulla violazione del diritto alla vita, tutelato dall’art. 2 della Convenzione, la CEDU ha ritenuto che Cipro non potesse prevedere gli eventi che hanno portato alla morte della giovane e che pertanto non le autorità cipriote non erano tenute ad adottare misure concrete per prevenire il pericolo che minacciava la vita dalla vittima.

Tuttavia, l’inchiesta penale condotta dalle autorità cipriote ha avuto una serie di irregolarità essendovi state divergenze tra le deposizioni dei testimoni che non sono state chiarite; non è stata adottata nessuna misura volta a chiarire le strane circostanze della morte della giovane; la data d’udienza in cui è stato chiuso il caso no è stata notificata al ricorrente, il quale non ha potuto pertanto assistervi; infine, nonostante i fatti risalgano al 2001 non sono mai stati chiariti. Conseguentemente vi è stata violazione dell’art. 2 della Convenzione da parte ti Cipro perché le autorità competenti non hanno condotto un’indagine effettiva sulle circostanze della morte della giovane.

Per quanto riguarda la Russia, la CEDU ha concluso per la non violazione dell’art. 2 della Convenzione, in quanto le autorità russe non avevano l’obbligo di condurre un’indagine sulla morte della giovane, avvenuta al di fuori della sua giurisdizione. Inoltre le autorità russe hanno collaborato con le autorità cipriote a cui hanno chiesto diverse volte di indagare sul caso.

Sulla violazione dell’art. 3 della Convenzione riguardante i maltrattamenti subiti dalla giovane prima del suo decesso, la CEDU ha ritenuto di esaminare questo aspetto sotto il profilo dell’art. 4, che prevede il divieto della riduzione in schiavitù e al lavoro forzato. Secondo la CEDU infatti i maltrattamenti sono collegati al traffico e alla sfruttamento della prostituzione di cui la giovane è stata vittima.

Sull’assenza di protezione contro il traffico di esseri umani per il caso di specie la CEDU ha tenuto conto delle osservazioni presentate da due organizzazioni non governative, la Interrights e l’AIRE, dove si afferma che la definizione moderna di schiavitù comprende casi come quello in esame, dove la vittima viene sottoposta a sevizie e coercizione che danno agli aguzzini un controllo totale sulla vittima.

La CEDU sottolinea inoltre che come la schiavitù, il traffico di esseri umani, tenuto conto della sua natura e dello scopo di sfruttamento che persegue, suppone l’esercizio di un potere comparabile al diritto di proprietà. I trafficanti vedono l’essere umano come un bene che si mercanteggia e a cui vengono imposti dei lavori forzati. Tali individui devono sorvegliare strettamente le attività delle vittime che spesso non possono andare dove vogliono. Ricorrono alla violenza e alle minacce.

Secondo la CEDU l’art. 4 vieta questo tipo di traffico e Cipro ha violato le obbligazioni positive nascenti da tale disposizione per due motivi. In primo luogo per non aver adottato un sistema legislativo e amministrativo idoneo alla lotta contro il traffico di esseri umani. In secondo luogo perché la polizia cipriota non ha adottato alcuna misura per proteggere la giovane da tale traffico, quando le circostanze potevano legittimamente far pensare che la stessa ne fosse vittima. La CEDU non ha ritenuto necessario verificare se l’indagine fosse stata effettiva avendo già deciso della sua inadeguatezza con l’esame dell’art. 2 della Convenzione.

Per quanto riguarda la Russia, la CEDU ha ritenuto che via stata violazione dell’art. 4 della Convenzione, perché le autorità competenti non hanno adottato alcuna misura per individuare i trafficanti di cui la giovane è stata vittima.

Quanto alla privazione di libertà, la CEDU ha ritenuto che vi è stata violazione da parte di Cipro dell’art. 5 § 1 della Convenzione, in quanto la giovane è stata detenuta irregolarmente per circa un’ora presso il Commissariato di Polizia e quindi ristretta arbitrariamente presso un’abitazione privata per circa un’ora e a livello nazionale non vi è alcuna norma che giustifichi tali misure.

La CEDU ha respinto le altre violazioni lamentate dal ricorrente.

Ai sensi dell’art. 41 della Convenzione, la CEDU ha disposto che Cipro risarcisca al ricorrente la somma di 40.000 euro per danni morali e 3.150 euro per spese e competenze di procedura. La Russia deve invece corrispondere al ricorrente la somma di 2.000 euro per danni morali .

Trasmissione dell’HIV e dell’epatite C per trasfusione di sangue, la CEDU accerta la violazione degli articoli 2 e 14 della Convenzione nel caso G.N. e altri c. Italia

Strasburgo 27 dicembre 2009 – Il 1° dicembre la CEDU ha deciso con sentenza nella causa G.N. e altri c. Italia (n. 43134/05), accertando la violazione degli artt. 2, sotto il profilo procedurale, e 14 della Convenzione, condannando l’Italia a pagare ai ricorrenti la somma complessiva di 156.000 euro, oltre a 8.000 euro per spese e competenze legali.

Si tratta di casi di contaminazione da trasfusione di sangue, dove le persone sottoposte a tali trattamenti sono state infettate dal virus HIV o dall’epatite C. La CEDU ha riconosciuto anche che i ricorrenti, eredi di persone colpite da talassemia, ovvero persone direttamente colpite da talassemia, hanno subito un pregiudizio patrimoniale non avendo potuto beneficiare del componimento bonario proposto dal Ministero della Salute solamente alle persone emofiliche.

I ricorrenti hanno presentato nel novembre 2005 un ricorso, lamentando la violazione degli articoli 2, 3, 8 6 e 14 della Convenzione. I ricorrenti hanno inoltre chiesto di trattare il loro ricorso in priorità ai sensi dell’art. 41 del Regolamento della CEDU. Il ricorso è stato comunicato al Governo nel maggio 2008.

I fatti riguardano le vicissitudini di persone affette da talassemia che hanno ricevuto periodicamente trasfusioni di sangue con prodotti sanguigni forniti gratuitamente dal servizio sanitario nazionale.  A causa di tali trasfusioni queste persone sono state contagiate dal virus dell’HIV o dal virus dell’epatite C. Solo una delle quattro persone coinvolte in questa vicenda è ad oggi ancora viva.

A livello nazionale i ricorrenti, in qualità di eredi o personalmente, avevano presentato al Ministero della Salute una richiesta di indennizzo ai sensi della legge n. 210 del 25 febbraio 1992 a causa del contagio subito per le trasfusioni di sangue infetto. Le commissioni mediche competenti, su richiesta del Ministero della Salute, avevano riconosciuto, tra il 1993 e il 1994, l’esistenza di un nesso di causalità tra le trasfusioni e il contagio dei virus dell’HIV o quello dell’epatite C. Il Ministero della Salute aveva quindi corrisposto gli indennizzi richiesti.

Nel frattempo, il 21 dicembre 1993, un centinaio di persone aveva citato il Ministero della Salute davanti al Tribunale civile di Roma per ottenere il risarcimento dei danni per il contagio subito. Tutti i ricorrenti intervengono in questo procedimento, denominato “Emo uno”, peraltro già esaminato dalla CEDU in altre pronunce, sotto il profilo dell’eccessiva durata della procedura nazionale (A.B., E.F. e C.C. c. Italia, nn. 37874/97, 37878/97 e 37879/97, rapporto della Commissione del 4 marzo 1998, non pubblicata ; M.A. e altri c. Italia, regolamento amichevole, nn. 44814/98, 45401/99, 45732/99, 47463/99 e 47724/99, 30 novembre 2000 ; M.L. e altri c. Italia, regolamento amichevole, n. 53705/00, 5 aprile 2001, Mas.A. e altri  c. Italia, regolamento amichevole, n. 53708/00, § 13, 7 giugno 2001).

Il processo “Emo uno” dura oltre sei anni, in primo grado dal 1994 al 1998, si conclude con sentenza del 7 luglio 1998, depositata in cancelleria il 27 novembre 1998. Il Tribunale di Roma accerta la responsabilità del Ministero della Salute e lo condanna a pagare i danni. Tuttavia la quantificazione dei danni deve essere accertata con separato giudizio.

In secondo grado, dura un paio d’anni. Il Ministero della Salute, si appella nel 1999. Con sentenza del 4 ottobre 2000, depositata in cancelleria il 23 ottobre 2000 la Corte d’appello di Roma riforma la sentenza di primo grado. La Corte d’appello di Roma considera infatti che il test di ricerca del virus dell’epatite B e del virus dell’HIV e il procedimento di termotrattamento del sangue che permette di rendere inattivo quest’ultimo virus erano disponibili rispettivamente dal 1978 e dal 1985, nonostante la conoscenza di tali virus e della loro trasmissibilità per via ematica risalisse rispettivamente al 1970 e al 1984. La Corte d’appello rileva inoltre che a partire dal 1988 il Ministero della Salute aveva imposto il termotrattamento del sangue nella preparazione dei prodotti ematici al fine di prevenire la trasmissione dell’epatite che all’epoca veniva denominata come “non-A non-B” anche se il test per rilevare l’epatite C diventa disponibile nel 1989. La Corte d’appello condanna quindi il Ministero della Salute ma unicamente per i contagi da virus dell’epatite B, dell’HIV e del virus dell’epatite C avvenute rispettivamente dopo il 1978, 1985 e 1988. Cosi facendo la Corte d’appello respinge in parte la richiesta di risarcimento danni delle parti attrici.

Queste ultime presentano ricorso in cassazione. Con sentenza del 31 maggio 2005, la Corte di Cassazione conferma la sentenza della Corte d’Appello di Roma. In particolare la Suprema Corte afferma che per il periodo anteriore alla scoperta da parte della comunità scientifica mondiale dei virus dell’HIV  e dell’epatite C, e dei test relativi, dato che la possibilità di contagio per questi virus era sconosciuta, non poteva sussistere il nesso di causalità tra il comportamento del Ministero e l’evento dannoso. La Corte d’Appello aveva dunque giustamente fatto riferimento ad epoche in cui erano stati approntati metodi di rilevazione dei virus e non a quelle, precedenti, in cui era notorio che le trasfusioni di sangue o la somministrazione di prodotti ematici potevano veicolare delle infezioni. La Corte di Cassazione sottolinea inoltre che l’indennizzo previsto dalla legge n. 210 del 1992 era una misura d’assistenza fondata sugli articoli 2 e 38 della Costituzione, diversa quindi dal risarcimento per responsabilità civile prevista dall’art. 2043 del codice civile. In effetti in questo caso il danno risarcibile, il cui ammontare viene determinato caso per caso, è legato alla commissione di un fatto illecito, mentre l’indennizzo, il cui ammontare è predeterminato per legge, dipende dalla sola verifica del contagio derivato dalla trasfusione. La Corte di Cassazione conclude quindi che il diritto all’indennizzo ai sensi della legge n. 201 del 1992 non esclude la possibilità per gli interessati di chiedere alla autorità giudiziaria di valutare l’esistenza di una responsabilità civile in capo allo Stato in casi particolari.

Nel frattempo, con decreto del 3 novembre 2003, il Ministero della Salute stabilisce i criteri che permettono di definire transattivamente le controversie in atto con le persone emofiliche danneggiate da sangue o emoderivati infetti. Tuttavia i ricorrenti, talassemici, non riescono a beneficiare di tali transazioni.

La CEDU, prima di passare all’esame delle violazioni lamentate dai ricorrenti, ricostruisce il quadro della legislazione e della giurisprudenza pertinente a livello sia nazionale che internazionale.

A livello nazionale, la CEDU richiama la legge n. 592 del  14 luglio 1967, che conferisce al Ministero della salute le competenze in materia di direzione e sorveglianza dei servizi di raccolta, conservazione e distribuzione del sangue umano;  il decreto del Presidente della Repubblica n. 1256 del 24 agosto 1971, che vieta a persone affette da epatite di donare il sangue ; la legge n. 833 del 23 dicembre 1978, istitutiva del servizio sanitario nazionale, che prescrive tra l’altro l’adozione di norme uniformi in materia di raccolta, trattamento, conservazione e distribuzione del sangue. Tali norme sono state rese operative dalla legge n. 107 del 4 maggio 1990, abrogativa della legge n. 592/67 ; la legge n. 210 del 25 febbraio 1992, richiamando specificamente gli articoli da 1 a 5 .

La CEDU richiama inoltre alcune circolari e decreti emanati dal Ministero della Salute in questa materia e precisamente: la circolare n. 68 del 24 luglio 1978, la circolare n. 64 del 3 agosto 1983, la circolare n. 65 del 24 agosto 1984. la circolare n. 28 del 17 luglio 1985, il decreto n. 14 del 15 gennaio 1988, il decreto del 21 luglio 1990 e il decreto del 15 gennaio 1991.

Infine la CEDU ricorda la legge n. 141 del 20 giugno 2003 e il decreto del Ministero della Salute del 3 novembre 2003 per ottenere il risarcimento dei danni subiti per trasfusioni di sangue infetto.

La CEDU infine richiama altri due processi, denominati “Emo bis” e “Emo ter

Riguardo al procedimento “Emo bis”, la CEDU ricorda che il Tribunale di Roma con sentenza depositata in data 14 giugno 2001, condanna il Ministero della Salute a risarcire i danni causati ad un certo numero di persone contagiate dai virus dell’epatite B, HIV ed epatite C per trasfusione dove i contagi erano avvenuti prima che fossero stati individuati dei test per rilevare tali virus. Questo perché il rischio di infezione per trasfusione era conosciuto dall’inizio degli anni ’70. Pertanto secondo il Tribunale, il Ministero della Salute avrebbe dovuto verificare l’innocuità dei lotti di sangue importati dall’estero a partire da quel periodo. Inoltre, dato che il metodo di trasmissione dei tre virus era identico, l’adozione di metodi e di controlli volti ad evitare la trasmissione dell’epatite B avrebbe impedito al tempo stesso la diffusione dell’HIV e del virus dell’epatite C. Tale sentenza viene confermata dalla Corte d’Appello di Roma in data 12 gennaio 2004. Anche la Corte di Cassazione a Sezioni Unite decide sulla vicenda. Con sentenza depositata in cancelleria l’11 gennaio 2008, la Suprema Corte, dopo aver ricordato la differenza esistente tra l’indennizzo previsto dalla legge n. 210/92 e il risarcimento previsto dall’art. 2043 del codice civile per fatto illecito, statuisce accertando che il Ministero della Salute era responsabile civilmente dei contagi per omissione. Tuttavia la Corte di Cassazione decide di rinviare la causa al giudice di secondo grado per la determinazione della decorrenza per tale responsabilità. Questa procedura risulta ancora pendente alla data del 23 marzo 2009.

Riguardo al procedimento “Emo ter”, la CEDU riferisce che con sentenza depositata il 29 agosto 2005, il Tribunale di Roma decide per un terzo gruppo di persone contagiate dagli stessi virus. Il Tribunale accerta che esistevano dei test per accertare l’esistenza del virus dell’epatite B a partire dagli anni 1972-74 e che pertanto la responsabilità del Ministero della Salute doveva decorrere da quel momento. Il Tribunale di Roma affermava inoltre di essere d’accordo con le ragioni riportate nelle decisioni di primo e di secondo grado nella causa “Emo bis” e invece di essere in disaccordo con la sentenza della Corte di Cassazione nel procedimento “Emo uno”.

La sentenza del Tribunale di Roma è stata impugnata davanti alla Corte d’Appello di Roma e la causa è tuttora pendente, essendo prevista  la prossima udienza per il 12 gennaio 2010.

La CEDU richiama poi la normativa esistente a livello internazionale.

In particolare la CEDU fa riferimento a cinque raccomandazioni del Consiglio d’Europa e precisamente alla n. (80)5 del 30 aprile 1980, n. (81)14 dell’11 settembre 1981, n. (83)8 del 23 giugno 1983 e n. (85)12 del 13 settembre 1985 e n. (88)4 del 7 marzo 1988. Infine la CEDU richiama l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che stabilisce che “è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata in particolare (…) sulle caratteristiche genetiche. (…) gli handicap (…)”.

La CEDU passa quindi ad esaminare il merito della causa.

Prima però decide che l’eccezione preliminare del Governo italiano è da rigettare. Difatti il Governo italiano aveva chiesto alla CEDU di rigettare il ricorso in quanto i ricorrenti non potevano più ritenersi vittime, avendo gli stessi ottenuto gli indennizzi previsti dalla legge n. 210/92.  Ma la CEDU ha ritenuto tale argomentazione non convincente per due ragioni.

Innanzitutto perché le violazioni lamentate dai ricorrenti riguardano gli articoli 2 e 3 della Convenzione che sono le disposizioni più importanti della Convenzione.

In secondo luogo perché l’indennizzo in questione è una forma di assistenza, diverso quindi dal risarcimento previsto dall’art. 2043 del codice civile. Difatti l’indennizzo previsto dalla legge n. 210/92 fa astrazione da un’eventuale responsabilità civile dello Stato.

Secondo la CEDU è fondamentale in casi come questo, dove vengono invocati gli articoli 2 e 3 della Convenzione, che lo Stato ponga in essere un sistema giudiziario efficace volto ad identificare le cause delle violazioni lamentate e che, se del caso, imponga ai responsabili di rispondere della loro condotta.

La CEDU dopo aver affermato che i ricorrenti possono ritenersi vittime delle violazioni lamentate, passa all’esame di quanto sollevato ai sensi dell’art. 2 della Convenzione. I ricorrenti in particolare affermano che vi è stata violazione del loro diritto alla vita, perché da una parte c’è stata un’assenza di quel controllo necessario atto a prevenire la somministrazione di sangue infetto e dall’altra perché vi è stato un rifiuto di risarcimento dei danni subiti. Quanto a questo secondo aspetto i ricorrenti si lamentano che vi è stata violazione dell’obbligo procedurale di protezione del diritto alla vita previsto dall’art. 2 della Convenzione.

La CEDU dopo aver rigettato l’eccezione preliminare specifica per questo articolo, formulata dal Governo italiano sulla posizione della qualità di vittima di una ricorrente ancora in vita e sul fatto che alcuni ricorrenti avrebbero definito bonariamente altri ricorsi vertenti sull’eccessiva durata delle procedure nazionali, passa all’esame nel merito.

La CEDU richiama i principi generali, ricordando che la prima frase dell’articolo 2 impone agli Stati non solo l’obbligo negativo di astenersi dal procurare la morte “intenzionalmente”, ma anche l’obbligo sostanziale positivo di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita delle persone che si trovino sotto la propria giurisdizione (si vedano in merito le sentenze (L.C.B. c. Regno Unito, § 36, e Pretty c. Regno Unito, no 2346/02, § 38,); che tale obbligo positivo comporta che lo Stato ponga in essere un sistema regolamentare che imponga agli ospedali, siano essi pubblici o privati, di adottare misure idonee ad assicurare la protezione della vita dei pazienti (si vedano in particolare Erikson c. Italia, no 37900/97, decisione del 26 ottobre 1999 ; Powell c. Regno Unito, no 45305/99, decisione ; Işıltan c. Turchia, no 20948/92, decisione CommEDU del 22 maggio 1995, e Calvelli e Ciglio c. Italia, § 49); che questo obbligo impone allo Stato di porre in essere un sistema giudiziario efficace ed indipendente in grado di stabilire la causa del decesso della persona che si trovava sotto la responsabilità dei sanitari, con l’obbligo per questi ultimi di rispondere della loro condotta; che in caso di attentato involontario alla vita o all’integrità fisica lo Stato non è obbligato a ricorrere necessariamente ad una sanzione penale, ma può essere sufficiente la possibilità di instaurare un procedimento civile affinché venga stabilità la responsabilità e venga applicata una sanzione civile appropriata, come il riconoscimento e il pagamento dei danni e la pubblicazione della sentenza, mentre sono auspicabili l’applicazione di sanzioni disciplinari (si vedano in particolare Calvelli e Ciglio, § 51 ; Lazzarini e Ghiacci,  Vo c. Francia [GC], no 53924/00, § 90, Karchen e altri  c. Francia); che l’articolo 2 impone allo Stato anche un obbligo procedurale, obbligo da esaminarsi separatamente dall’obbligo positivo di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e che può portare a dichiarare la violazione della norma convenzionale solamente sotto questo aspetto (si vedano tra le tante Kaya c. Turchia, sentenza del 19 febbraio 1998, §§ 74-78 e 86-92, McKerr c. Regno Unito, no 28883/95, §§ 116-161, Scavuzzo-Hager e altri c. Svizzera, no 41773/98, §§ 53-69 e 80-86, sentenza del 7 febbraio 2006  e Ramsahai e altri c. Paesi Bassi, no 52391/99, sentenza [GC] §§ 286-289 e 323-357).

La CEDU passa quindi ad applicare i principi generali enunciati al caso di specie. La CEDU prende atto che le cause del contagio sono pacifiche, ossia che sono avvenute a causa di trasfusioni o somministrazione di sangue o di prodotti derivati forniti dalle strutture sanitarie pubbliche. La CEDU passa quindi ad esaminare se l’obbligo sostanziale è stato rispettato, ossia se le autorità italiane abbiano fatto tutto quello che era ragionevolmente possibile per impedire il concretizzarsi di un rischio certo ed immediato per la vita di cui avevano o avrebbero dovuto avere conoscenza.

La CEDU procede quindi individuando il momento in cui il Ministero della Salute ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del rischio di trasmissibilità del virus HIV e dell’epatite C attraverso le trasfusioni, nonché la conoscenza degli accorgimenti tecnici capaci di ridurre o di eliminare tale rischio.

La CEDU prende in considerazione il fatto che nel processo denominato “Emo Uno” le autorità giudiziarie hanno stabilito che il Ministero della Salute non poteva conoscere l’esistenza del virus HIV prima del 1985, ossia prima che venisse posto in essere un test ad hoc e non poteva sapere, questo fino al 1988, che il riscaldamento del sangue poteva essere un metodo valido per evitare la trasmissione dell’epatite C. Su tali date, la CEDU, pur con prudenza, osserva che il metodo del riscaldamento del sangue è un test che è stato riconosciuto come pacificamente efficace a partire dal 1985 e che nelle procedure “Emo bis” ed “Emo ter” vi è stato un cambiamento giurisprudenziale. Tuttavia la CEDU non ritiene sufficienti questi elementi per poter ritenere che vi sia stata una responsabilità da parte delle autorità italiane, tanto più che i ricorrenti, su questo punto, non sono stati in grado di fornire alcun elemento che potesse dimostrare una qualche responsabilità da parte dello Stato italiano. Per tali considerazioni la CEDU conclude che non c’è stata violazione quanto all’obbligo sostanziale nascente dall’art. 2 della Convenzione.

Riguardo all’obbligo procedurale, la CEDU osserva che i ricorrenti hanno potuto agire giudizialmente nei confronti del Ministero della Salute per il risarcimento dei danni subiti e pertanto il sistema italiano offre, in linea teorica, un sistema rispondente alle esigenze richieste dall’art. 2 della Convenzione. La CEDU è quindi passata ad esaminare se nel caso concreto la procedura messa a disposizione dei ricorrenti ha operato entro un termine che permettesse di concludere nel merito le cause sottoposte all’esame giudiziario. Esaminando la durata delle varie procedure civili promosse dai ricorrenti e prendendo in considerazione che in caso ove l’oggetto della causa verta sul risarcimento danni per contagio da virus HIV si deve applicare alla procedura una diligenza eccezionale.

Secondo la CEDU la durata delle procedure è stata eccessiva. La CEDU sottolinea inoltre che il ricorso al rimedio previsto dalla legge n. 89 del 24 marzo 2001, la c.d. “legge Pinto”, non avrebbe permesso di rimediare a tale eccessiva durata dato che in gioco, nel caso di specie, non vi era solo l’eccessiva durata di una procedura ma la questione di sapere se lo Stato avesse adempiuto all’obbligo procedurale imposto dall’art. 2 della Convenzione. Pertanto la CEDU ha ritenuto che ci sia stata violazione dell’art. 2 della Convenzione sotto il profilo procedurale.

I ricorrenti hanno poi eccepito la violazione dell’art. 14 della Convenzione (divieto di discriminazione) combinato con gli articoli 2, 3 e 8 della Convenzione affermando di essere stati fatti oggetto di un trattamento discriminatorio rispetto a tre categorie di persone e precisamente quelle che hanno contratto l’epatite B, l’HIV e l’epatite C rispettivamente dopo il 1978, 1985 e 1988; quelle che, infettate da questi virus prima di queste date, hanno vinto la causa nelle procedure “Emo bis” ed “Emo ter”; infine quelle che in quanto emofiliache hanno potuto beneficiare del componimento amichevole proposto dal Governo.

La CEDU dopo aver ripercorso i principi generali elaborati sull’art. 14 (§§ 114-117), passa all’esame della ricevibilità. La CEDU si concentra sull’esame dell’art. 14 combinato con l’art. 2 della Convenzione, essendo le violazioni sugli altri articoli non è sostenuto da elementi di fatto sufficienti. La CEDU ha ritenuto che ci sia discriminazione solo tra i ricorrenti e le persone emofiliche che hanno potuto beneficiare dell’accordo transattivo proposto dal Governo.

La CEDU ha invece dichiarato irricevibili le pretese violazioni degli articoli 3 e 8 della Convenzione.

Smaltimento dei rifiuti in Campania, la CEDU comunica al Governo italiano il caso DI SARNO e altri c. Italia

Strasburgo, 5 agosto 2009 – Il 3 giugno 2009, la CEDU ha comunicato il caso DI SARNO  e altri c. Italia (ricorso n. 30765/08) al Governo italiano.

Si tratta di una vicenda riguardante il grave problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

I ricorrenti lamentano la violazione da parte dell’Italia degli articoli 2 e 8 della Convenzione, perché le autorità pubbliche si sarebbero astenute dall’adottare le misure necessarie a garantire il funzionamento del servizio pubblico di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti, avrebbero inoltre posto in essere una cattiva politica legislativa e amministrativa, danneggiando gravemente l’ambiente e la regione, mettendo in pericolo di vita degli stessi ricorrenti e, in generale, quella di tutta la popolazione locale.

Le autorità pubbliche avrebbero inoltre omesso di informare i ricorrenti dei rischi legati al fatto di abitare in un territorio inquinato.

I ricorrenti lamentano inoltre la violazione degli articoli 6 e 13 della Convenzione, in quanto le autorità italiane non avrebbero adottato alcuna iniziativa per salvaguardare i diritti degli aventi diritto. Inoltre la magistratura avrebbe proceduto penalmente nei confronti dei responsabili nella “gestione” dei rifiuti con grave ritardo.

Il Governo italiano dovrà rispondere alla CEDU su diverse questioni e precisamente:

  1. se i danni all’ambiente denunciati dai ricorrenti possano incidere direttamente sul loro benessere; in altri termini, se i ricorrenti possono pretendersi vittime della violazione degli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata, familiare e del domicilio), oltre che della violazione al diritto alla salute e alla vita;
  2. se i ricorrenti disponevano di un sistema di ricorso interno effettivo ed accessibile, ai sensi degli articoli 35 §1, 6 e 13 della Convenzione, per poter denunciare le violazioni lamentate;
  3. se esista un pregiudizio al diritto alla vita dei ricorrenti, in pratica se si possa ritenere che lo Stato abbia adottato tutte le misure necessarie e pertinenti per impedire che la vita dei ricorrenti fosse messa in pericolo:
  4. se esista un pregiudizio al diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare e del loro domicilio, oltre che al loro diritto alla salute ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione; in altri termini, se lo Stato abbia esercitato, da un lato, il dovere di vigilanza e, dall’altro lato, abbia preso le misure adeguate per proteggere i diritti dei ricorrenti, fornendo tutte le informazioni che permettessero di valutare in che misura i ricorrenti erano esposti a rischi legati all’attività di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti.

La CEDU ha inoltre invitato il Governo italiano ad indicare se le società concessionarie del servizio di raccolta, trattamento ed eliminazione dei rifiuti nella Provincia di Napoli possano essere qualificati come organismi di Stato, in particolare per quanto riguarda il loro statuto e la natura del servizio fornito.

La comunicazione riporta tutta la vicenda.

Si parte dal 1994, anno in cui l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per la Regione Campania, a causa dei gravi problemi relativi allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Tale stato di emergenza viene prorogato senza soluzione di continuità sino al presente. La gestione dello stato di emergenza, dall’11 febbraio 1994 al 23 maggio 2008, viene affidato a “Commissari straordinari” designati via via dal Presidente del Consiglio dei Ministri, assistiti da vice-commissari.

Riguardo alla gestione dei rifiuti fino al 2003, la CEDU ricorda che la legge regionale n. 10 del 10 febbraio 1993 aveva fissato le linee direttrici per un piano di eliminazione dei rifiuti in Campania e che nel 1997 il Presidente della Regione, al contempo Commissario straordinario, approva il Piano Regionale per lo Smaltimento dei Rifiuti in Campania, prevedendo anche la costruzione di cinque termodistruttori.

Nel 1998 l’allora Presidente della Regione e Commissario straordinario bandisce una gara d’appalto per la concessione decennale del servizio di trattamento ed eliminazione dei rifiuti prodotti nella provincia di Napoli. A seguito della procedura di aggiudicazione, il 20 marzo 2000 il servizio viene affidato ad un gruppo di imprese, le società Fisia Impianti S.p.A., Impregilo S.p.A., Bacock Kommunal GmbH, Deutsche Babcock Anlagen GmbH e Evo Oberhausen AG. Il contratto viene stipulato in data 7 giugno 2000. Secondo gli accordi, devono essere costruiti centri di produzione di CDR in Caivano e Tufino entro 300 giorni a contare dall’aprile 2000 e quello di Giuliano entro 270 giorni a partire dal marzo 2000. Un impianto termovalorizzatore di CDR ad Acerra, deve essere costruito entro 24 mesi, ma a far data da stabilirsi in seguito.

Nel frattempo, nel 1999, il Commissario straordinario bandisce una gara d’appalto per la concessione del servizio di eliminazione dei rifiuti. Vince la gara il gruppo FIBE s.p.a. Il contratto viene stipulato in data 5 settembre 2001. Secondo gli accordi la FIBE s.p.a deve costruire e gestire sette centri di produzione di CDR e due impianti termovalorizzatori di CDR.

Tra il 2001 e il 2003 vengono costruiti sette centri di produzione di CDR e precisamente a Caivano, Pinodardine, Santa Maria Capua Vetere, Giuliano, Casalduni, Tufino e Battipaglia.

La CEDU punta poi l’attenzione su una prima procedura penale, con numero di RGNR 15940/03, aperta dalla Procura presso il Tribunale di Napoli. Nel luglio 2007 vengono rinviati a giudizio, diversi amministratori e dipendenti delle società Fisia Italimpianti S.p.A., FIBE s.p.a., FIBE Campania s.p.a., Impregilo s.p.a., Gestione Napoli s.p.a., nonché il Commissario straordinario in carica dal 2000 al 2004 e diversi funzionari del suo ufficio. I reati contestati sono frode, inesecuzione di contratti pubblici, truffa, interruzione di pubblico servizio o di servizio di pubblica necessità, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale e attività e gestione di rifiuti non autorizzata, fatti commessi tra il 2001 e il 2007. Vengono contestati anche violazioni legate a inesecuzione o difformità nell’esecuzione delle obbligazioni nascenti dai contratti di concessione del 2000 e del 2001. Il 29 febbraio 2008, il G.U.P. del Tribunale di Napoli dispone il rinvio a giudizio degli imputati, fissando l’udienza dibattimentale davanti al Tribunale di Napoli per il 14 maggio 2008.

Riguardo poi al trattamento dei rifiuti dal 2005 al 2008, la CEDU ricorda innanzitutto che lo Stato italiano interviene nella vicenda, emettendo un decreto-legge (n. 245 del 30 novembre 2005, poi convertito in legge n. 21 del 27 gennaio 2006) con cui risolve i contratti di concessione stipulati nel 2000 e nel 2001. In ogni caso, per garantire la continuità nella gestione dei rifiuti, lo Stato stabilisce che le società, ex-concessionarie, avrebbero dovuto continuare la loro attività fino alla conclusione di una nuova procedura di aggiudicazione e comunque entro e non oltre il 31 dicembre 2007. Nell’agosto 2006 viene bandita una gara d’appalto, ma alla CEDU non risulta che  siano state individuate nuove imprese aggiudicatici. Sembra invece che la società FIBE s.p.a., la società FIBE Campania s.p.a. e la Fisia Italimpianti s.p.a. abbiano continuato la loro attività, sotto la supervisione del Commissario straordinario. Tra il 2006 e il 2007 si susseguono le nomine dei diversi Commissari e la grave situazione non accenna ad essere risolta. Prosegue la stato d’emergenza che genera interventi d’urgenza fino ad arrivare all’emissione del decreto-legge n. 90 del 23 maggio 2008, convertito in legge n. 123 del 14 luglio 2008, con cui il capo del Dipartimento della protezione civile viene nominato sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e incaricato della gestione dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2009, in sostituzione del Commissario straordinario. Questi viene autorizzato ad aprire dieci nuove discariche nella regione, di cui due a Terzino e a Chiaiano, in deroga alle disposizioni in vigore in materia ambientale e d’igiene e salute. Il decreto-legge n. 90/08 autorizza anche il trattamento di certe categorie di rifiuti nell’impianto termovalorizzatore di CDR d’Acerra, in deroga all’avviso della Commissione di valutazione di impatto sull’ambiente del 9 febbraio 2005, oltre che alla realizzazione di impianti termovalorizzatori di CDR a Santa Maria La Fossa (Caserta) e nei comuni di Napoli e Salerno.

La CEDU punta poi l’attenzione su una seconda procedura penale, avente numero di RGNR 40246/06, promossa sempre dalla Procura presso il Tribunale di Napoli. Questa inchiesta porta ad indagare sugli amministratori di FIBE s.p.a. e FIBE Campania s.p.a., oltre che sui responsabili dei centri di raccolta differenziata gestiti da  Fisia Italimpianti s.p.a., sui rappresentati della società di trasporto FS Cargo s.p.a. e su molti funzionari del Commissario straordinario.

La CEDU fa poi presente che anche la Commissione europea si interessa alla vicenda. L’attività della Commissione porta ad un procedimento per inadempimento nei confronti dell’Italia (caso C-297/08). Tale procedura è attualmente pendente.

La CEDU, per completare il quadro della situazione, fa presente che tra il 1997 e il 2008 vengono istituite in Italia tre Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illegali connesse, le quali, nei loro rapporti, denunciano lo stato grave esistente nella regione.

Infine la CEDU ricorda che nel settembre 2004, la rivista The Lancet Oncology, pubblica un articolo sui tassi di mortalità in costante aumento nelle zone di competenza della ASL n. 4 (Napoli), in particolare nelle città di Nola, Marigliano e Acerra. Secondo l’articolo i dati dimostrerebbero l’esistenza di un nesso di causalità tra l’inquinamento provocato dal trattamento non appropriato dei rifiuti e l’esistenza delle discariche illegali e il tasso elevato di mortalità per tumore presente nella regione.

Il caso è di grande attualità e merita molta attenzione. Dopo che il Governo italiano avrà fornito le risposte e i chiarimenti domandati dalla CEDU e che i ricorrenti avranno potuto fornire le loro osservazioni ulteriori, la CEDU deciderà sull’intera vicenda.

A mio parere, considerando la giurisprudenza sviluppatasi in materia, la CEDU accerterà le gravi violazioni contestate all’Italia. Sarà poi interessante leggere la motivazione della pronuncia, soprattutto sulla violazione del diritto alla salute e alla vita dei ricorrenti.

Segnalazione: per chi volesse leggere l’articolo della rivista The Lancet Oncology, apparsa al vol. 5 nel dicembre 2004,  citata nella comunicazione dalla CEDU, segnalo la traduzione libera a cura della redazione di EpiCentro